Arriva febbraio e nell’aria è subito profumo di Sanremo. Per attendere al meglio la nuova edizione ripercorriamo la storia del Festival della canzone italiana.
Sanremo entra in casa senza chiedere permesso. Lo fa da settant’anni, più o meno allo stesso modo. Accendi la tv, anche solo per caso, e prima o poi ti ritrovi davanti al palco dell’Ariston. A volte resti. A volte borbotti e cambi canale. Ma sai esattamente cos’è. Ed è questo il punto.
Da una sala da gioco alla televisione di massa
Il Festival di Sanremo nasce nel 1951 in un’Italia che aveva altro a cui pensare. Il Paese usciva dalla guerra, la televisione era un oggetto misterioso, la musica serviva a distrarre, a rimettere insieme i pezzi. All’inizio non c’era nemmeno il Teatro Ariston. Si cantava nel salone del Casinò, con poche canzoni, pochi interpreti, e un’idea molto semplice: dare un suono alla normalità che stava tornando.
La televisione arriva dopo. Quando arriva, cambia tutto. Sanremo diventa un appuntamento fisso perché la tv ha bisogno di riti, e gli italiani pure. Non è solo una gara canora. È una settimana in cui il paese si guarda allo specchio. A volte non gli piace quello che vede, ma continua a farlo.
La tv che cresce insieme al pubblico
Sanremo è cresciuto insieme alla televisione generalista e alla RAI. Bianco e nero, poi colore. Playback, poi orchestra dal vivo, poi di nuovo discussioni sull’orchestra. Ogni passaggio tecnico ha portato con sé polemiche che oggi sembrano ingenue, ma all’epoca facevano rumore vero. Perché Sanremo non è mai stato solo intrattenimento serale. È sempre stato un termometro. Della morale, del costume, del linguaggio.
Negli anni Sessanta e Settanta le canzoni entravano nelle case come entravano le pubblicità o i telegiornali. Tutti le sentivano, anche senza volerlo. Negli anni Ottanta Sanremo diventa spettacolo pieno, luci, ospiti internazionali, conduttori che diventano personaggi quanto i cantanti. Qualcosa si perde, qualcosa si guadagna. Come sempre.
Le esibizioni che non se ne sono mai andate
Alcune serate di Sanremo non finiscono quando cala il sipario. Restano lì, incollate alla memoria collettiva, anche di chi all’epoca non era nemmeno nato. L’urlo scomposto di Adriano Celentano che canta Prisencolinensinainciusol nel 1972, lasciando tutti spiazzati senza spiegazioni. La compostezza assoluta di Mina, che a Sanremo ha portato la voce prima ancora del personaggio. L’eleganza un po’ fuori tempo di Domenico Modugno con Nel blu dipinto di blu, braccia aperte come se il palco non bastasse più.

Sanremo, un must per il pubblico Italiano (Ematube.it)
Poi ci sono le esibizioni che hanno fatto discutere più delle canzoni. Achille Lauro che cambia pelle a ogni apparizione, trasformando la performance in racconto visivo. Mahmood che vince due volte parlando un linguaggio che fino a poco prima sembrava estraneo al Festival. Momenti diversi, epoche lontane, reazioni opposte. Ma tutti con la stessa capacità: far parlare il paese il giorno dopo, e spesso anche molti anni dopo.
Perché ancora oggi conta così tanto
Oggi nessuno ha più bisogno di Sanremo per scoprire una canzone. Eppure Sanremo resta. Resta perché è uno dei pochi momenti in cui milioni di persone guardano la stessa cosa nello stesso momento. Succede sempre meno. Succede quasi solo lì.
Il giorno dopo non si parla solo delle canzoni. Si parla di un vestito, di una frase detta male, di una pausa troppo lunga, di una stecca. Tutto entra nella conversazione quotidiana. In ufficio, a scuola, in famiglia. Anche chi dice di odiarlo sa perfettamente cosa è successo la sera prima. È un lessico comune che si rinnova ogni anno.
Le contraddizioni che non se ne vanno
Sanremo promette di cambiare e poi resta sempre riconoscibile. Vuole essere contemporaneo ma rassicurante. Vuole parlare ai giovani ma non perdere chi lo segue da decenni. A volte ci riesce, a volte no. Alcune edizioni sembrano fuori tempo massimo. Altre, all’improvviso, azzeccano il tono giusto.
C’è chi lo vive come un evento nazionalpopolare ormai stanco. C’è chi lo aspetta come una vacanza strana, fatta di polemiche previste e sorprese inattese. Entrambe le cose possono stare insieme. Non è un problema da risolvere. È proprio così che funziona.
Sanremo nella vita reale
Sanremo influenza le classifiche, certo. Ma soprattutto influenza le conversazioni. Decide cosa si canta in auto per qualche mese. Decide quali volti diventano familiari anche a chi non segue la musica. Decide quali temi finiscono al centro, anche solo per una sera.
Poi passa. Eppure resta una sensazione difficile da spiegare. Come quando una vecchia sigla ti riporta indietro di colpo. Sanremo è anche questo: un rumore di fondo che accompagna il paese mentre cambia, senza mai cambiare del tutto.
Non è detto che serva. Non è detto che abbia sempre ragione. Ma continua a esserci. E finché continuerà a entrare nelle case così, senza chiedere scusa, vorrà dire che racconta qualcosa che riguarda tutti. Anche quando non è chiaro cosa.








