Ci sono film che restano nella memoria per il loro successo. Altri, invece, per le loro ombre.
Rocky V non è mai stato il capitolo più amato della saga, uscito nel 1990, segnò un momento di rottura: meno epica, meno trionfo, più disillusione. Rocky non è più il campione invincibile, ma un uomo svuotato, tradito dal fisico, costretto a tornare nel quartiere da cui era partito. Una storia amara, quasi crepuscolare.
Col tempo, però, attorno a quel film è nata un’aura inquietante. Perché due dei suoi protagonisti sono morti troppo presto. E quando la realtà si intreccia con la finzione, il cinema diventa improvvisamente fragile, umano.
Tommy Morrison: il pugile che sembrava destinato a tutto
Nel film interpretava Tommy Gunn, il giovane talento affamato che Rocky prende sotto la sua ala: forte, arrogante, esplosivo, un leone pronto a ruggire. A interpretarlo era un vero pugile: Tommy Morrison.
All’epoca Morrison non era solo un attore improvvisato, era una promessa reale dei pesi massimi: potenza devastante, sguardo magnetico, fisico da copertina. Hollywood lo scelse perché incarnava perfettamente il sogno americano della forza e dell’ascesa sociale.

Tommy Morrison che nel film interpreta Tommy Gunn (Instagram)
Dopo il film, la sua carriera pugilistica raggiunse l’apice: nel 1993 conquistò il titolo mondiale WBO battendo George Foreman. Sembrava l’inizio di un’era.
Poi, nel 1996, la notizia che distrusse tutto: positività all’HIV durante i controlli medici pre-match. La carriera si fermò bruscamente, e la sua vita entrò in una spirale fatta di negazioni, polemiche, problemi legali e tentativi di ritorno impossibili.
Morì nel 2013, a soli 44 anni.
Rivedere oggi Rocky V significa guardare negli occhi un ragazzo che non sapeva ancora quanto breve sarebbe stato il suo tempo.
Sage Stallone: il figlio di Rocky
Nel film c’è un’altra presenza silenziosa ma fondamentale: Robert Balboa Jr., il figlio di Rocky. Un ragazzo che soffre l’assenza emotiva del padre, troppo concentrato sul nuovo pupillo. A interpretarlo era Sage Stallone, figlio nella vita reale di Sylvester Stallone.
La sua interpretazione è delicata, autentica. Non è solo un ruolo: è un figlio che guarda davvero suo padre recitare davanti alla macchina da presa. C’è qualcosa di profondamente vero nei suoi silenzi, nella sua rabbia trattenuta.

Sage Stallone prematuramente scomparso (Instagram)
Sage cercò poi una sua strada nel cinema, soprattutto come regista e produttore indipendente. Ma nel 2012 fu trovato morto nella sua casa di Los Angeles. Aveva 36 anni.
Per un padre, sopravvivere a un figlio è contro natura e, Stallone, lo ha raccontato come il dolore più grande della sua vita.
E così, quel film che parlava di paternità imperfetta, di errori, di distanze, è diventato col tempo ancora più struggente.
Un film nato sotto il segno della fine
Rocky V era già un film diverso dagli altri. Diretto da John G. Avildsen, lo stesso regista del primo Rocky, voleva riportare la saga alle origini: niente lustrini, niente Unione Sovietica, niente arene gigantesche. Solo strada, rabbia e dignità, ma il pubblico non era pronto a vedere il proprio eroe sconfitto dalla vita.
Il film fu accolto tiepidamente e per anni è stato considerato il capitolo “sbagliato” della saga.
Eppure oggi, alla luce di ciò che è accaduto, assume un tono quasi profetico: parla di cadute improvvise, di gloria che svanisce, di rapporti spezzati. Di uomini che combattono non sul ring, ma dentro sé stessi.
Coincidenze o destino?
Hollywood ama parlare di “maledizioni”: film segnati da tragedie, set attraversati da sfortune. Ma forse, mai come in questo caso, c’è solo la vita.
Il cinema congela i volti nel momento della loro giovinezza eterna. La realtà, invece, non fa sconti, e quando torniamo a guardare quelle immagini, sappiamo qualcosa che loro ancora ignoravano.
Tommy che sorride con arroganza e Sage che osserva suo padre con occhi feriti. Noi conosciamo il finale: loro no!
Ed è questo che rende Rocky V oggi così doloroso da rivedere: non è più solo la storia di un campione caduto, è il frammento di un tempo che non tornerà, di vite interrotte troppo presto.
A volte il cinema non è solo finzione, è memoria, è rimpianto, è umanità impressa su pellicola.








